Archivio per la Categoria “Professione forense”

Tutti gli Avvocati conoscono bene il software per redigere la nota di iscrizione a ruolo. Molti utilizzano il famoso EasyNota fornito da Lextel; altri utilizzano la versione del software fornita direttamente dal Ministero della Giustizia e scaricabile dalle pagine del sito web relative al Processo Civile Telematico. Il Ministero, con grande gioia per chi come me non usa sistemi operativi proprietari, mette a disposizione una versione del suddetto software da installare su GNU/Linux. Peccato che (almeno su Debian) non è possibile installare il software senza problemi :( Leggi il resto di questo articolo »

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Thunderbird, si sa, è un ottimo software Open Source per gestire la posta elettronica ed è ricco di plugin esattamente come accade per Firefox. Uno degli ottimi plugin di Thunderbird si chiama Lightning ed è un vero e proprio PIM (personal information management) che consente di gestire un calendario ed eventi legati ad esso. Personalmente trovo molto utile il suo utilizzo e penso che possa essere un ottimo strumento di gestione informatica di piccole attività imprenditoriali o di liberi professionisti. Partendo da questo dato, ho deciso di mostrarvi come sincronizzare, attraverso l’uso del Bluetooth, i vostri cellulari Nokia N-series o E-series con Thunderbird-Lightning. Leggi il resto di questo articolo »

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Con sentenza n. 8445/08 la Corte di Cassazione Sez. II Civ. ha definitivamente sancito che il praticante avvocato è responsabile anche per le attività stragiudiziali che non sono riservate agli iscritti all’Albo. Secondo la Suprema Corte, infatti, il contratto di prestazione professionale tra praticante avvocato e cliente, benchè avente ad oggetto una prestazione professionale che non richiede l’iscrizione all’Albo, è valido. Ne deriva che si risponde di responsabilità professionale nel caso in cui quest’ultima venga accertata.

Il fatto si è svolto così: un cliente si è rivolto ad un praticante avvocato per ottenere il risarcimento di un danno derivante da un sinistro stradale in seguito al quale la vittima di quest’ultimo aveva riportato un’invalidità permanente. Il professionista, tuttavia, ha fatto decorrere il termine di prescrizione per ottenere il risarcimento.

Da questo fatto è nata un’azione di responsabilità nei confronti del praticante avvocato che, come strategia difensiva, aveva invocato la propria carenza di legittimazione passiva (essendo egli un”semplice praticante”) ed il fatto che il consorte della vittima avrebbe richiesto l’interruzione di ogni attività per non danneggiare il responsabile dell’incidente, suo lontano parente. La Suprema Corte ha ritenuto, in particolare, che “il contratto concluso tra praticante avvocato e cliente, avente ad oggetto i compimento di atti processuali o anche prestazioni preparatorie rispetto ad essi è nullo per contrasto con l’art. 2231 c.c. e che, nel sistema delle norme di cui agli artt. 2231, 2232 e 2233 c.c. ci si riferisce rispettivamente ad avvocati, procuratori e patrocinatori, ed ad avvocati e praticanti abilitati per patti relativi a compensi”.

Praticanti avvocati, siamo stati nuovamente avvertiti! La nostra attività è professionale e non importa il fatto di essere “solo” dei praticanti. Noi siamo dei professionisti ai quali manca solo “il pezzo di carta”. La domanda che mi sorge spontanea è perchè ci fanno penare così tanto per accedere alla professione a pieno titolo se la professione noi la svolgiamo tutti i giorni, con onori e oneri!

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Nei prossimi giorni inizeranno a circolare i “rumors” sugli esiti degli esami di abilitazione alla Professione Forense dell’anno 2007. Come tutti gli anni i praticanti sono in trepidante attesa. Tutti ripetono le frasi “speriamo che ce l’ho fatta”, “chissà quanti ne promuoveranno”, “anche quest’anno sarà una strage”, “è la seconda volta che lo sostengo e non vorrei più ripeterlo” e chi più ne ha più ne metta. Io voglio cogliere l’occasione per discutere in merito a questo esame, partendo da una considerazione che molti miei colleghi condividono: questi esami sono inutili, vessatori e non si basano su criteri che garantiscono ciò che l’esame stesso si prefigge, ossia la verifica della preparazione degli aspiranti avvocati.

Personalmente ho sostenuto l’esame di abilitazione nel dicembre 2006 con esito negativo e adesso sono tra coloro che attendono gli esiti della prova che si è svolta nel dicembre 2007. Ritengo di avere una più che valida esperienza su cosa significa sostenere questo esame e, dunque, ritengo di parlare con cognizione di causa e sulla scorta di mie idee e di idee di tantissimi colleghi che si trovano nella mia stessa situazione e che condividono quanto sto per dire.

In primo luogo, secondo me, andrebbe svolta un’analisi sulle modalità di svolgimento. A parte le considerazioni sui luoghi dove questa sottospecie di prova viene svolta, il più delle volte senza nemmeno lo spazio per alzarsi dalla propria sedia per raggiungere i bagni senza far cadere i codici dei colleghi che si trovano attorno, ci sarebbero da effettuare attente considerazioni sulle modalità di svolgimento. L’esame (se così si può definire) non ha nulla a che fare con il praticantato. Di fatto, si ritorna a chiedere nozioni di tipo universitario che premiano chi si “ritira” nella propria casa a studiare gli istituti del Diritto e si isola completamente dalle realtà dei Tribunali. Le attività che si svolgono praticando la Professione Forense non sono limitate alla conoscenza del Diritto. Per carità, quest’ultima è fondamentale ed indispensabile per qualsiasi professionista, ma non mi si dica che le attività nei Tribunali e negli studi è solo basata sulle nozioni. Praticare le cancellerie, avere i rapporti con i Giudici ed i colleghi, scrivere i verbali di udienza, depositare atti, richiedere copie in cancelleria, sapere come si compila un verbale di nomina del C.T.U. sono attività indispensabili nella vita professionale. Ma per assurdo tutto ciò che si impara durante i due anni successivi alla laurea non serve in sede d’esame. Infatti, si ritorna a chiedere di scrivere un parere dove non si premia l’aver svolto pratica negli studi. Si premia l’aver frequentato i corsi ad hoc che spiegano come stilare un parere ai fini dell’esame. Badate bene, è esattamente così. I corsi di preparazione NON SERVONO ad approfondire, semplicemente, come si redige un parere, ma SERVONO ad imparare come si deve scrivere il parere per superare l’esame!! La logica conseguenza è che in questo modo la pratica professionale è svilita della sua reale funzione, si finisce per premiare i tanti colleghi che svolgono la pratica solo “prendendo le udienze” e che, alla fin fine, è altamente probabile che non vogliano nemmeno svolgere questo lavoro dopo essersi abilitati.

Cosa dire poi delle valutazioni! Ma è possibile che se il mio compito viene esaminato dalla Commissione di Milano potrei essere promosso e se, al contrario, viene esaminato dalla Commissione di Catania potrebbe essere ritenuto insufficiente e viceversa? Lo stesso compito? Ma è possibile che non esiste un orientamento unitario su come il parere o l’atto debbano essere redatti? Possibile che, in un ventaglio di scelte su quale azione intraprendere per difendere l’ipotetico assistito, una Commissione prediliga un’azione ed un’altra Commissione ne prediliga un’altra? La risposta è tristemente affermativa. E lo è perchè si lascia troppo spazio di interpretazione ai Commissari. Un esame scritto come quello che prevede la redazione di un parere deve essere per forza aperto alle interpretazioni. Non può esistere un criterio oggettivo di valutazione. Ed è qui che, secondo me, c’è un gravissimo problema: gli esami, per definizione, servono a valutare la preparazione dei candidati. Ma la preparazione deve essere valutata sulla scorta di criteri oggettivi. Quando si sostengono gli esami all’Università io sono a conoscenza del fatto che devo essere preparato su un programma in una specifica materia. Il Professore valuta la mia preparazione su un programma e secondo criteri oggettivi: se ad un esame di diritto privato non riesco a dare la definizione di “contratto” sono una capra ed è giusto che io sia bocciato; ma se io riesco a definire cos’è il contratto non posso essere bocciato; al limite si può valutare la qualità dell’esposizione e la quantità di informazioni in mio possesso per decidere il voto. Ma la bocciatura NO! Lo stesso non accade all’esame di abilitazione per la professione forense. In quest’ultimo caso non è sufficiente conoscere gli argomenti di cui si parla. Non è sufficiente definire gli Istituti. Non è sufficiente trovare una soluzione al caso uguale a quella di chi viene promosso. No. Bisogna “avere fortuna” e sperare che la Commissione che corregge il compito sia clemente. Scusate, ma dopo aver studiato tanti anni per raggiungere la laurea tutto questo non mi sembra corretto. E’ vessatorio!

Ancora, non si comprende per quale assurdo motivo ci sia una così forte disparità di trattamento da Commissione a Commissione e da Professione a Professione. Su “Il Sole 24 Ore” di Lunedi 14 aprile sono stati pubblicato alcuni articoli che parlavano di questi problemi ed il titolo era: “Albi, più lotteria che esami – Record di bocciati tra avvocati e commercialisti, medici tutti promossi”. I dati che sono stati riportati e che si riferivano agli esami di Stato per l’accesso alle professioni del 2006 dicono che solo il 35% dei candidati riesce ad acquisire il titolo di Avvocato. In quinta pagina, poi, si faceva notare che esiste un’enorme disparità di trattamento da distretto a distretto. Si oscilla tra percentuali di promozione del 69,3 di Messina (corretti dalle commissioni di Reggio Calabria) al 21,2 di Milano (corretti dalle commissioni di Roma). Sarà che i praticanti di Milano sono delle capre e quelli di Messina dei genii? Fate voi! Secondo me no!. Non parliamo poi dei famosi accoppiamenti tra distretti per le correzioni. Noi a Potenza siamo stati particolarmente sfortunati: 3 anni consecutivi di correzioni dei compiti a Trento, 3 anni consecutivi di stragi con percentuali di promozione da terzo mondo (mai più del 30% di promossi!!!). Ancora una volta… bisogna essere fortunati! Ma io sono stufo di ascoltare questa maledetta frase. Io non voglio essere aiutato dalla fortuna, io voglio essere valutato per le mie conoscenze.

A tutte queste considerazioni va aggiunto il dramma dell’essere praticante, magari abilitato. Eh si, a dicembre ho conosciuto un collega che per la sesta volta sosteneva l’esame. Lui lavora. Svolge la Professione. Ma la svolge schiavo del dominus che deve mettere le firme sugli atti che ha scritto lui, che deve supervisionare il LAVORO che dignitosamente questo ragazzo svolge da ben 5 anni. Cosa deve dimostrare? Questo collega lavora! Ha i suoi clienti che evidentemente sono soddisfatti, perchè deve essere vessato da questo inutile esame?

Sapete cosa propone l’avv. Guido Alpa, Presidente del C.N.F., per risolvere il problema dell’esame? Udite, udite… dopo aver assentito sul fatto che la (contro)riforma Castelli ha fallito nel suo obiettivo di ridurre le disparità di trattamento sostiene che bisogna puntare sul numero chiuso e sulla preselezione. Una preselezione per stabilire chi possa, poi, sostenere gli esami veri e propri!

Colleghi, bisogna dire basta. E’ ora di iniziare ad affermare il nostro diritto di lavorare e di svolgere la professione che ci piace e per la quale abbiamo investito molti anni della nostra vita. Questo esame non ha più senso di esistere. Va completamente eliminato oppure sostituito con un esame che permetta delle valutazioni oggettive della nostra preparazione!

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